Cinque quarti d’arancia

..questo libro l’ho letto più e più volte.
Mi piace da impazzire…adoro l’autrice (quella di “Chocolat”, per intenderci!!), adoro il suo modo di scrivere, ho letto quasi tutti i suoi libri.
Questo davvero ve lo consiglio…credo lo troverete in biblioteca, in libreria forse qualche edizione tascabile (non è un  libro nuovo per intenderci, ma piuttosto datato!)…ma vale davvero la pena di leggerlo…le sue pagine ti appassionano sempre più una dopo l’atra…fino quasi a sentirsi parte della storia (o almeno per me è sempre così…!!!)
Ho trovato nel web questa bellissima recensione che voglio mostrarvi per intero…è tratta dal sito http://www.wuz.it/
Joanne Harris
     Cinque quarti d’arancia

“Tagliare in quarti è facile, incidi lungo il centro, poi tagli ancora, ma questa volta avevo bisogno di ricavarne un pezzo in più, sufficientemente grande da bastare al mio scopo, ma troppo piccolo per essere notato immediatamente tra gli altri, un pezzo da far scivolare in tasca, per dopo…”
Se la lettura dei precedenti romanzi di Joanne Harris ha regalato al lettore momenti di grande leggerezza, di piacevole intima complicità, l’impatto con quest’ultimo volume della giovane scrittrice franco-inglese appare davvero diverso. È un libro drammatico, forte, che tocca e turba per la complessità e la ricchezza dei temi trattati.
La trama vede una protagonista sessantenne (che nel romanzo ha la funzione di narratrice) rievocare, con l’aiuto di uno strano album della madre, l’infanzia, la tragedia della guerra, un episodio oscuro e vergognoso di quel lontano passato e il travagliato rapporto che esisteva tra lei, i fratelli e la madre stessa.
Ritornare dopo molti anni al paese natale, ricomprare e ristrutturare la casa dell’infanzia, assumere il cognome del marito di cui era rimasta vedova così da non essere riconosciuta: bisogni irrinunciabili, di cui riuscirà a dare spiegazione a se stessa solo dopo aver ripercorso e narrato tutta la storia.
Tra le mani, mentre racconta, ha sempre il quaderno avuto come eredità della madre (unitamente ad un tartufo nero conservato in un grande barattolo): ricette, appunti, annotazioni, frasi troncate a metà e parole quasi senza senso diventano un puzzle da cui emerge, pagina dopo pagina, tassello dopo tassello, la figura di una donna per lei quasi sconosciuta, insieme alla sofferenza, all’amore e al tormento che, con forza distruttrice, la annienteranno.
Le ricette di cucina che erano state annotate su quei fogli, ora riprendono vita e diventano la chiave del successo della fattoria rimessa a nuovo che, con pochi tavoli e un gran numero di clienti, assume una fama tale da richiamare i giornalisti. Ma la ritrosia ad ogni forma di pubblicità, per paura di essere identificata e ricollegata alla lontana tragedia che viene dapprima solo accennata e poi, capitolo dopo capitolo, svelata al lettore, non difende la protagonista dall’avidità del nipote (figlio del fratello maggiore Cassis) che vorrebbe impadronirsi con propri scopi di quel vecchio quaderno. L’unica persona che ha un rapporto con Framboise (questo è il nome della protagonista) è un suo vecchio compagno di giochi, Paul, di poco maggiore di lei, innamorato fin dall’infanzia della piccola Reinette, la bella sorella di Framboise, diventata ora una povera demente rinchiusa in un istituto, senza più alcuna coscienza di sé e degli altri. Sono proprio i rapporti tra i tre fratelli, in cui ognuno svolge un ruolo ben preciso, e quelli tra loro e la madre, il primo tema portante del romanzo. I tre, orfani di padre, vivono la figura materna con la crudele incoscienza dei bambini. La durezza dei comportamenti della donna che si trova ad allevare da sola i figli e a condurre la fattoria, tormentata da violente emicranie contro le quali può combattere solo con pastiglie di morfina, viene dai bambini interpretata come disamore, tanto da renderla ai loro occhi una nemica da battere. E proprio Framboise, la prediletta, la figlia più amata (come anche dal diario emerge) troverà uno stratagemma per provocare alla madre le feroci emicranie che la costringono a letto così da avere la piena libertà di uscire: sono le arance, anche solo il loro profumo, che scatenano un dolore insopportabile alla donna, così la figlia conserva delle bucce d’arancia da mettere nel cuscino della madre quando vuole liberarsi da lei. La libertà di movimento serve alla bambina e ai suoi fratelli per intessere rapporti “di scambio” con i tedeschi: piccoli pettegolezzi sugli abitanti del villaggio in cambio di qualche regalo. Ottengono doni di poco conto però preziosi per dei bambini, così come preziose sono per i tedeschi le informazioni che ricevono da loro.
Di certo non c’è nessuna consapevolezza da parte dei piccoli “informatori”, così come non c’è coscienza dello stato di sofferenza in cui vive la madre.
Intervengono molti drammatici eventi fino alla tragedia che sgretolerà il nucleo familiare e bandirà la madre dal paese con l’accusa di essere responsabile dell’eccidio nazista che insanguinerà il villaggio.
Rievocare quei giorni e i sentimenti che hanno mosso gli eventi significa per Framboise anche elaborare l’angoscia che la domina e razionalizzare gli impulsi che l’hanno spinta al ritorno. La conclusione però apre a un nuovo sentimento, come a sottolineare che la vita non cancella mai del tutto la speranza. Questo intenso libro, lungo monologo della protagonista rivolto a un interlocutore che solo nel finale verrà rivelato, avvince e turba come spesso avviene quando sono dei bambini ad agire. Tanto più che questi bambini non vengono presentati dalla Harris come angeli innocenti ma, realisticamente, come inconsapevoli armi di malvagità. Così anche il rapporto tra Framboise e la madre può ricomporsi solo in età adulta, viziato com’è nell’infanzia dall’egoismo e dalla sete di libertà di una ragazzina. La violenza della guerra e la miseria da essa indotta appaiono ancora più brutali in quanto costringono ad azioni orrende le persone, stravolgono i rapporti, costruiscono mostri e distruggono il tessuto sociale.
 
Buon fine settimana a tutti!!!!!!!!!!